“Raccontala posti in dei cesti di vimini.

 “Raccontala a tutti la nostra storia, che non se ne perda il
ricordo. Solo così Iqbal sarà sempre accanto a noi”.1

Lo
sfruttamento minorile, per quanto riguarda il lavoro, è un fenomeno che si
sviluppò nel periodo della seconda rivoluzione industriale, dal 1870 al 1914.
Aldilà dei benefici che portò ci furono anche purtroppo molti effetti negativi:
Gli imprenditori e i proprietari industriali, a causa della concorrenza, furono
spinti con ferocia a dimezzare le buste paghe degli operari e dei bambini per
cercare di risparmiare il più possibile a discapito soprattutto dei più piccoli
che furono costretti a lavorare duramente perché il salario dei genitori non
bastava per il sostentamento delle loro famiglie numerose. Tra i lavori più
diffusi troviamo: tessitori, minatori, spazzacamini e picconieri. Lavoravano 14
ore al giorno, dentro una stanza sorvegliata da controllori crudeli, avevano
diritto soltanto a 20 minuti di pausa per la colazione e per il pranzo. Le
condizioni in cui lavoravano erano misere, disumane e pericolosissime per i
bambini, perché se si distraevano o addormentavano rischiavano di restare
mutilati o uccisi dai macchinari. Terminate le ore di lavoro, spesso si
addormentavano sui cigli delle strade prima ancora di tornare a casa, a causa
della stanchezza e dello stremo.

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Il lavoro
gli rubava anche il tempo per giocare e per andare a scuola, soprattutto perché
studiare significava sottrarre ore di lavoro e di guadagno, perciò l’istruzione
era considerato un lusso che non potevano permettersi. Infatti in quegli anni
c’era un alto tasso di analfabetismo.

Negli stessi
anni, in Italia, nel meridione, si diffuse la figura del “Caruso” cioè un
ragazzino che per pochi soldi, veniva venduto dalla famiglia ai picconieri che
non si facevano nessun scrupolo a maltrattarlo. Il suo lavoro consisteva
nell’estrazione di materiali provenienti dalle viscere della terra, che una
volta portati all’esterno venivano posti in dei cesti di vimini. Questi
fanciulli esili e malnutriti erano costretti a caricarsi sulle spalle, protetti
da un’imbottitura, pesi intorno a 25/50 kg.

Un pittore
dell’epoca realizzò un dipinto proprio in onore di tutti quei bambini che
morirono in un incidente in miniera nel 1881: il quadro rappresenta dei carusi
che stanno caricando dei sacchi, sotto un sole cocente che peggiora la
situazione, procedono a passi lenti e nei loro visi si legge la stanchezza e
l’assenza di spensieratezza e dei giochi, le due uniche attività “lavorative”
che dovrebbero appartenere ai fanciulli. Nella rappresentazione predomina
l’immagine di un “Caruso” stremato ed accasciato in fin di vita, una conseguenza
dell’eccessivo sfruttamento. Nello sfondo il cielo è azzurro, simbolo di
speranza.

Il lavoro minorile resta una delle peggiori violazioni nei confronti dei
bambini della società contemporanea. Si pensa che lo sfruttamento dei minori
non esista più: ma non è così purtroppo perché se sì ci guarda un po’ intorno
ci si accorgerebbe che nel mondo ci sono tantissimi bambini che lavorano
duramente. per fare un
esempio lampante, in Pakistan ci sono circa 8 milioni di bambini che sono
sfruttati. Ma perché ancora oggi i bambini in Pakistan, come anche in altri
paesi poveri, sono costretti ad abbandonare la scuola per andare a lavorare? La
risposta purtroppo è semplice: devono aiutare le loro famiglie in difficoltà,
lavorando nella pesca, nelle miniere, nei raccolti e nelle fabbriche tessili. A
causa dei conflitti armati che hanno aumentato il reclutamento dei bambini
soldato e dei militanti che hanno distrutto 710 scuole.

Inoltre esiste
una zona industriale, chiamata Sialkot, in cui si registra il più alto tasso di
sfruttamento di bambini, dove sono costretti a produrre di tutto, come i
palloni di cuoio, di tipo professionale, cuciti a mano da circa 5.000 bambini,
destinati all’ esportazione.

L’Unicef,
insieme ad altre organizzazioni non governative pakistane, operano e
collaborano per contrastare l’impiego e lo sfruttamento dei minori: Hanno
effettuato controlli e pressioni sulle imprese produttrici e inoltre hanno
promosso programmi scolastici e di formazione professionale per dare
un’alternativa ed un’opportunità migliore ai bambini e alle loro famiglie.

Restando in
Pakistan, a proposito di quei 8 milioni di bambini economicamente sfruttati, ce
ne fu uno, che ancora oggi viene ricordato in tutto il mondo per la sua lotta
contro lo sfruttamento minorile: Iqbal Masih, bambino pakistano di 12 anni che
osò ribellarsi alla sua condizione di semi-schiavitù come tessitore di tappeti
denunciando i suoi padroni. Un bambino che sognava di diventare avvocato per
stare dalla parte dei più deboli e indifesi, ma che purtroppo non realizzerà
poiché viene ucciso a soli 12 anni dalla mafia dei tappeti. Ci guardò, uno per
uno: era triste, certo, come chi da tanto tempo è lontano da
casa, dai suoi genitori, come chi è poco più che uno schiavo, come chi non sa
quale sarà il suo futuro e cosa sarà di lui ma non aveva paura,
accidenti”.2

A tal proposito, uno scrittore Francesco D’adamo, viene ispirato
da questa storia e decide di svilupparla creando e pubblicando nel 1995, un
romanzo di tipo sociale o meglio di denuncia perché narra una storia realmente accaduta nella quale si
sono verificati numerosi avvenimenti spiacevoli, appunto per testimoniare e
“denunciare “quella situazione, un modo per non dimenticare il sacrificio di un
bambino in lotta per la sua e altrui libertà.

La storia è
ambientata in Pakistan ed è narrata con un linguaggio molto semplice da Fatima,
un’amica affezionata ad Iqbal.

 I luoghi sono frutto della fantasia dello
scrittore poiché non ha mai visitato quei posti.
La storia inizia dal cedimento di Iqbal, da parte della sua famiglia, a causa
di un debito di pochi dollari, a un commerciante di tappeti. In questo modo fu
costretto a lavorare, dall’alba al tramonto, in una tessitura di tappeti, in
condizioni disumane e quindi incatenato al telaio, d’altronde come altri
bambini, suoi amici.

Iqbal tentò più volte
di fuggire dall’impianto della tessitura senza risultati. Però una volta,
durante una sua fuga fu presente a delle manifestazioni del Fronte contro lo
sfruttamento minorile in cui si diceva a gran voce “Nessun bambino dovrebbe impugnare
mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che dovrebbe tenere
in mano sono penne e matite”,
si rivolse ad un poliziotto e spiegò a quest’ultimo la sua situazione e quella
dei suoi amici.
Il giorno seguente i poliziotti e Iqbal si recarono alla tessitura. Hussain
Khan, il padrone, ovviamente negò tutto e Iqbal ritornò alla vita di prima. Per
punizione, da parte di Hussain Khan, fu mandato nella Tomba, un luogo scuro, al
ragazzo, però, non era consentito né mangiare né bere.
In seguito, dopo esser uscito dalla Tomba si ricordò di avere nelle sue tasche
un volantino del Fronte, così dopo aver organizzato un’altra fuga dalla
tessitura riuscì a rintracciare Eshan Khan, il capo del Fronte. Successivamente
Eshan Khan, Iqbal e altri uomini del Fronte si recarono a casa di Hussain.
Iqbal mostrò a questi uomini il laboratorio di tessitura, ma anche la Tomba. Ne
restarono allibiti. Dopo quest’episodio tutti gli sfruttati, compreso Iqbal,
furono portati alla sede del Fronte, in attesa di trovare le loro famiglie.
Solo Fatima, Maria e Iqbal rimasero li.
Iqbal, decise di collaborare con gli uomini del Fronte per la liberazione di
altri bambini sfruttati. Per riuscirci dovette studiare molto, partecipare a
tutte le riunioni del Fronte. Dopo un po’ di tempo Iqbal divenne quasi “famoso”
perché era riuscito a penetrare in alcune tessiture di tappeti al fine di
denunciarne i proprietari. Successivamente Iqbal ed Eshan Khan furono invitati
in Svezia ad una conferenza internazionale sui problemi del lavoro; Dopo alcuni
Viaggi, Iqbal si recò dai suoi genitori per circa un mese, al fine di
festeggiare la Pasqua con loro. In quel giorno Iqbal fu ucciso nel suo villaggio,
e l’assassino non fu identificato. Nonostante la sua morte, Iqbal è rimasto il
simbolo e la speranza per 250 milioni di bambini, ancora oggi vittime della
schiavitù e dello sfruttamento. Grazie a lui si è dato il via alla lotta per i
diritti dei bambini e alla giustizia contro l’infanzia negata! 

Un episodio molto interessante
riguarda Iqbal che taglia il tappeto costosissimo, che gli era costato molta
fatica, davanti al padrone. “Iqbal era in piedi accanto al suo posto di lavoro. Dietro di lui c’era
il tappeto, quel meraviglioso tappeto di un azzurro che non si era mai visto,
con un complicato disegno floreale, ed era perfetto… Prese il coltello che
usavamo per tagliare le filacce dei nodi, lo alzò sopra la testa, ci guardò
tutti, uno per uno, si girò con calma e tagliò il tappeto dall’alto al basso,
proprio a metà”3.

Così Iqbal, costretto dal
padrone Hussain Khan a lavorare per ore con altri bambini in condizioni
disumane, trova il coraggio di tagliare il suo tappeto meraviglioso e
ribellarsi allo sfruttamento minorile.  «”Non ho paura del
mio padrone. Ora è lui ad aver paura di me»” 4

 Un altro degno di nota è quello che parla
della piccola Maria che cambia la trama del suo
tappeto, e al posto di essa riproduce un bellissimo aquilone.

Iqbal
disse a Maria: “Quando tornerò,
faremo volare l’aquilone tutti i giorni”5.

L’aquilone rappresenta la
libertà e la felicità, quindi questa frase significa quanto un bambino voglia
poter essere libero e poter giocare.
Trovo questo libro prettamente attuale ed interessante perché tratta un
problema che ha afflitto ed affligge il mondo, quale lo sfruttamento minorile,
una storia coinvolgente quella di Iqbal, un bambino testardo che è riuscito a
liberare altri bambini come lui sfruttati utilizzando la sua audacia e la sua
tenacia.

1
F.D’Adamo, Storia di Iqbal” cit p.81.

2
F. D’Adamo, Storia di Iqbal

3
Ibidem., p.

4
Ibidem., p.

5
Ibidem., p.

x

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